
Vidimiamo il biglietto dell’autobus con Roy Bava, un algoritmo difficile da calcolare, stratificato, gentile, etico.
Figlio di Lamberto Bava, nipote di Mario Bava, bisnipote di Eugenio Bava. Da ultimo aiuto regista di Stefania Sandrelli (“Christine”) e Federico Zampaglione (“The Shadow”).
Senz’altro vengo da una famiglia di cinema. Mio padre e mio nonno, però, mi hanno subito detto: “Non fare cinema e fai qualcosa di serio nella vita”. Non ho ubbidito. Già prima della quinta liceo, chiesi a mio padre di poterlo assistere sul set di “Morirai a Mezzanotte”. Preparando la maturità, lo aiutai in “Dèmoni”. E’ stato il mio primo film: c’ho lavorato cinque mesi e mi hanno anche pagato. Ma l’esperienza più esaltante è decisamente quella de “La Chiesa” di Michele Soavi, per cui, a 18 anni, scrissi l’incipit medievale del film, seppur non accreditato.
Tuo padre che tipo di maestro è?
Muto. Con me ha usato questa massima: tieni gli occhi aperti. Cerca di carpire e di apprendere. Ragiona; non farmi domande. Se arrivi alla risposta senza chiedere, da solo, allora il metodo l’avrai fatto tuo.
Ricordi un frammento di cinema, a casa, tra te e tuo nonno?
Ricordo le teste squagliate del film “Lisa e il Diavolo”, opera dello scultore Fabrizio Sforza. Mio padre e mio nonno, in un mattino di routine, le appoggiarono su alcune colonne di casa tra la porta di camera mia e il corridoio. Io, piuttosto che uscire dalla stanza, me la facevo addosso. Ricordo i dietro le quinte di “Mosè” e la lavorazione maniacale con cui si preparavano i soldatini egiziani, pitturati uno ad uno con il pennello a un pelo. Ricordo la costruzione delle maquette per riprodurre lo skyline di New York, in “Inferno” di Dario Argento, le stampe fotografiche dei grattacieli, l’attenzione di mio nonno che doveva tagliare e inchiostrare laddove emergesse la trasparenza. Ricordo i set di “Shock” e di “Cani Arrabbiati”.
Chi è Roy Bava?
Uno che ha cominciato come volontario, poi ha fatto l’assistente e infine è diventato aiuto regista. Dopo essermi arruolato nell’esercito, quando era forte la transizione da analogico a digitale, mi sono iscritto all’UCLA di Los Angeles (1990-93). Eravamo circa 70 studenti al primo corso di studi sul digitale. Ci spedivano alla Skywalker Sound o ai laboratori per i visual effects di “Star Trek: The Next Generation”. Gli effetti speciali sono di famiglia, dato che Eugenio Bava, il mio bisnonno, lavorò come direttore della fotografia per “Quo vadis?” e “Cabiria”, inventando trucchi d’avanguardia. L’esperienza di casting director, più avanti, mi ha molto segnato: ho provinato star bambine del calibro di Milla Jovovich, Jane March, Giovanni Ribisi. Ultimamente sono stato aiuto regista di Spike Lee per “Miracolo a S. Anna”, Alessandro Baricco (“Lezione 21”), Maria Sole Tognazzi (“L’uomo che ama”), Silvio Muccino (“Parlami d’amore”), Dario Argento (“Giallo”), e ho fatto parecchia tv, dirigendo parti o interi episodi come quelli della fiction “Distretto di Polizia”.
Ti piacciono le fiabe?
Prediligo le commedie con una componente fiabesca d’humor nero. La vera letteratura fantastica, secondo me, è quella di Italo Calvino, Dino Buzzati e Pier Paolo Pasolini.
E il tuo debutto da regista?
Se esordissi, la famiglia Bava sarebbe la prima quarta generazione al mondo di registi.
Ripeto: Chi è Roy Bava?
Roy è il nome con cui i miei intendevano battezzarmi, prima di optare per Fabrizio; non esistendo “San Roy”, la Chiesa rifiutò. Sconvolto, mio padre rispose: “E perché no? Magari me diventa santo!”.
[da Alias, 22 agosto 2009]

