idiotadellorrore

UN FILO DI BAVA

In Gli idioti della generazione X on agosto 22, 2009 at 5:25 pm

Vidimiamo il biglietto dell’autobus con Roy Bava, un algoritmo difficile da calcolare, stratificato, gentile, etico.

Figlio di Lamberto Bava, nipote di Mario Bava, bisnipote di Eugenio Bava. Da ultimo aiuto regista di Stefania Sandrelli (“Christine”) e Federico Zampaglione (“The Shadow”).

Senz’altro vengo da una famiglia di cinema. Mio padre e mio nonno, però, mi hanno subito detto: “Non fare cinema e fai qualcosa di serio nella vita”. Non ho ubbidito. Già prima della quinta liceo, chiesi a mio padre di poterlo assistere sul set di “Morirai a Mezzanotte”. Preparando la maturità, lo aiutai in “Dèmoni”. E’ stato il mio primo film: c’ho lavorato cinque mesi e mi hanno anche pagato. Ma l’esperienza più esaltante è decisamente quella de “La Chiesa” di Michele Soavi, per cui, a 18 anni, scrissi l’incipit medievale del film, seppur non accreditato.

Tuo padre che tipo di maestro è?

Muto. Con me ha usato questa massima: tieni gli occhi aperti. Cerca di carpire e di apprendere. Ragiona; non farmi domande. Se arrivi alla risposta senza chiedere, da solo, allora il metodo l’avrai fatto tuo.

Ricordi un frammento di cinema, a casa, tra te e tuo nonno?

Ricordo le teste squagliate del film “Lisa e il Diavolo”, opera dello scultore Fabrizio Sforza. Mio padre e mio nonno, in un mattino di routine, le appoggiarono su alcune colonne di casa tra la porta di camera mia e il corridoio. Io, piuttosto che uscire dalla stanza, me la facevo addosso. Ricordo i dietro le quinte di “Mosè” e la lavorazione maniacale con cui si preparavano i soldatini egiziani, pitturati uno ad uno con il pennello a un pelo. Ricordo la costruzione delle maquette per riprodurre lo skyline di New York, in “Inferno” di Dario Argento, le stampe fotografiche dei grattacieli, l’attenzione di mio nonno che doveva tagliare e inchiostrare laddove emergesse la trasparenza. Ricordo i set di “Shock” e di “Cani Arrabbiati”.

Chi è Roy Bava?

Uno che ha cominciato come volontario, poi ha fatto l’assistente e infine è diventato aiuto regista. Dopo essermi arruolato nell’esercito, quando era forte la transizione da analogico a digitale, mi sono iscritto all’UCLA di Los Angeles (1990-93). Eravamo circa 70 studenti al primo corso di studi sul digitale. Ci spedivano alla Skywalker Sound o ai laboratori per i visual effects di “Star Trek: The Next Generation”. Gli effetti speciali sono di famiglia, dato che Eugenio Bava, il mio bisnonno, lavorò come direttore della fotografia per “Quo vadis?” e “Cabiria”, inventando trucchi d’avanguardia. L’esperienza di casting director, più avanti, mi ha molto segnato: ho provinato star bambine del calibro di Milla Jovovich, Jane March, Giovanni Ribisi.  Ultimamente sono stato aiuto regista di Spike Lee per “Miracolo a S. Anna”, Alessandro Baricco (“Lezione 21”), Maria Sole Tognazzi (“L’uomo che ama”), Silvio Muccino (“Parlami d’amore”), Dario Argento (“Giallo”), e ho fatto parecchia tv, dirigendo parti o interi episodi come quelli della fiction “Distretto di Polizia”.

Ti piacciono le fiabe?

Prediligo le commedie con una componente fiabesca d’humor nero. La vera letteratura fantastica, secondo me, è quella di Italo Calvino, Dino Buzzati e Pier Paolo Pasolini.

E il tuo debutto da regista?

Se esordissi, la famiglia Bava sarebbe la prima quarta generazione al mondo di registi.

Ripeto: Chi è Roy Bava?

Roy è il nome con cui i miei intendevano battezzarmi, prima di optare per Fabrizio; non esistendo “San Roy”, la Chiesa rifiutò. Sconvolto, mio padre rispose: “E perché no? Magari me diventa santo!”.

[da Alias, 22 agosto 2009]

ANCHE GLI INNOCENTI BRUCIANO SUL ROGO

In Gli idioti dell'Inferno on agosto 5, 2009 at 7:02 pm


L’Inferno è un territorio che esiste nella fantasia, nel Credo, nella letteratura. A guardare l’ottimo film di Sam Raimi, Drag Me To Hell, sembra che, l’Inferno, si annidi perfino tra le pieghe della storia. La pellicola più eretica di Raimi, che in Italia vedremo a partire dall’11 settembre, sente la necessità di darci delle spiegazioni sul destino del peccatore e sulle promesse della morte. La candida Alison Lohman interpreta Christine, una giovane workaholic che lavora in banca e che, per dimostrare al capo di saper tenere testa alle più bieche logiche finanziare, nega un prestito ad un’anziana zingara. Non bastano le implorazioni della vecchia megera (Lorna Raver, sdentata, mocciolante), pur di fare carriera l’impavida Christine la lascia senza casa. Ma non sa che la signora Ganush, in realtà, è figlia dell’occulto, e che le ha scagliato un temibile maleficio senza perdono. Quanto l’assunto di Drag Me To Hell trae ispirazione dall’attuale crisi economica? Secondo il regista di Spider-Man, La Casa e Darkman, “lo svolgersi della vicenda in ambito bancario non è stato pensato per un parallelo al recente sfacelo delle banche”. L’idea, spiega Raimi, di recente ospite al Comic-Con di San Diego, era sulla scrivania dal 1989, quando con suo fratello Ivan stese d’impulso il soggetto. La pellicola è un capolavoro di serie B, alterna effetti speciali a movimenti di camera anni Sessanta. E’ infarcita di gag ironico-mostruose: “Insieme alla troupe – racconta il regista – non ci siamo dati limite, anzi l’obiettivo era sin dall’inizio spingere l’acceleratore sul grottesco, divertendo e spaventando contemporaneamente”. I riferimenti al cult dell’orrore La Casa accompagnano malinconicamente il verseggiare dei dispetti che la signora Ganush e il demone Lamia fanno all’angelica Christine. “Ho comunque tentato di tenermi alla larga da ogni evocazione o rimando alla serie Evil Dead: sentivo un’esigenza forte: ritrovare quell’energia liberatrice che forse avevo perso, a causa dei grossi budget di Spider-Man”. In testa al film c’è il logo della Universal formato “old”: “Non è necessariamente un omaggio al glorioso cinema targato Universal, solo che ritenevo appropriato aprire l’opera con qualcosa in grado di dare continuità al racconto. Il film difatti lancia i suoi eventi a partire dal 1969, a Pasadena. Così, assieme al montatore Bob Murawski, si è pensato di dare un tono antico sin dal prologo”. Una piccola produzione, quella di Drag Me To Hell, che sembra far presagire nuova linfa filologica per Raimi. “Mi andava di mettere in pausa la serie Spider-Man, ora sono tornato al lavoro per la quarta puntata, con l’intento di approfondire il personaggio di Peter Parker”. Gli sceneggiatori Vanderbilt e Lindsay collaboreranno con Gary Ross allo script del prossimo Spidey. Totale controllo creativo verrà invece affidato a Raimi: “Ecco perché sono eccitato all’idea di tornare a dirigere il mio fumetto del cuore”. Sembra essere stato senza cuore, invece, quando si è trattato di girare il finale di Drag Me To Hell. “Tendiamo tutti ad identificarci nel personaggio principale di un film e quello di Christine è un personaggio a suo modo reale”, dice Raimi. “Vediamo Christine atteggiarsi come una persona buona, generosa. Tutti noi cediamo all’illusione di essere ben rappresentati dai suoi toni, dalle scelte che compie sul lavoro e in amore. Ma quando si tratta di avanzare di grado, lei opta per l’arrivismo, dimentica la compassione, si piega ai meccanismi della banca, del Male. Volevo proprio rappresentare la duplicità del bene e del finto-bene, insita in ognuno di noi: siamo tutti brave persone, apparentemente buone e caritatevoli, eppure pecchiamo, come Christine. Noi peccatori, ci meritiamo la stessa punizione, perché in fondo abbiamo scelto anche noi di sacrificare la vecchia zingara”.

[da L'Altro, 4 agosto 2009]

PUOI ENTRARE!

In Gli idioti della sessualità on luglio 30, 2009 at 12:53 am

oskar

Amo il mio essere cerchio con croce. Da sempre, da subito.
E, soprattutto: tanto il cerchio, quanto la croce.
(“Let it bleed” di Manuela Ardingo)

“Oskar, io ti piaccio?”. “Oh sì, molto”. “Ma se non fossi una femmina, ti piacerei lo stesso?”. “Penso di sì. Perché me lo chiedi, Eli?”. Lasciami entrare del regista svedese Tomas Alfredson, canta dell’amore e dell’identità di genere con voce abbastanza alta da farsi ascoltare sotto la canopia di pietra di un vampirismo dilagante, dal Tribeca International Film Festival (Miglior film 2008) al Torino Film Festival (Selezione Ufficiale), dimenticando Twilight. C’è un amore costruito a metà (nel film tratto dal romanzo best-seller di John Ajvide Lindqvist), che aggetta dal cuore come un fiocco di neve bruciato. Man mano che la fiaba procede, la sete si brucia, fotografata da Hoyte van Hoytema in una periferica Stoccolma dell’82, ificio onomatopeico della socialdemocrazia, perpetrata quattro anni prima che Olof Palme, primo ministro, fosse ferito a morte da due colpi d’arma da fuoco. Il fuoco, appunto. Non fa male, nell’appartamento di legno Ikea bianco e grigio di Oskar. Fa male, au contraire, dove illumina il sole, a una bella distanza dal nastro nero annodato tra i capelli dodicenne-secolari di Eli. Una parete rugosa separa le due piccole case, lungo la linea di demarcazione uomo/donna, nel buio, il muro che divide Oskar da Eli si fa pergamena dove i due angeli solitari possono battere le loro frasi in codice morse. Tutto mirabilmente acceso, come la candela nella classe di Oskar. Quindi, in un momento di lucidità, Oskar comprende che Eli è un vampiro, la chiama dall’altra parte di un complesso di mattoni, dopo le fusa di un gatto bianco, e l’abbraccia: il suo amore per lei, o per lui, sfila nel preciso istante in cui Eli vomita le caramelle miste assaggiate dalla busta di Oskar. Condizione bulimica di un amore reclinato e di un’identità zingara. Oskar ed Eli ricordano un po’ Animus et Anima di Emma Jung, dove l’Animus è l’archetipo maschile presente nella psiche della donna e l’Anima un acero femminile nel giardino dell’uomo. Se la risposta di Eli è “Te lo dico subito, non posso essere tua amica”, nomade diniego a inizio pellicola, le domande che si pone Oskar, su di sé, sulla propria mascolinità, nel pellegrinaggio nordico dell’amore, rappresentano la parte complementare di un vuoto umano (e mostruoso) che termina con la fine dei soprusi dei compagni di classe: non a caso, questi ultimi chiamano Oskar “piggy”, vuoi (inconsciamente) per l’omosessualità nei confronti di Eli, vuoi per un padre che fa coppia con un uomo e vede suo figlio come un acciarino fieristico. Quel fuoco in potenza, genetico quanto la maledizione del vampiro, si accende il giorno in cui Oskar sceglie di punire chi lo vessa. Parole, coltellini, ritagli di giornale. Oskar accende la sua candela di sangue saponato. Le prime parole che Eli ode sono, per l’appunto, “Strilla come un maiale”. Oskar si allena, si aliena. Mette su massa muscolare. Per tornare in contatto con la sua parte maschile e trasformare Eli nella donna immortale che vuole invitare e amare. Quando non la invita, Eli entra ineluttabilmente in casa di Oskar ed apre il proprio corpo alle ceneri del sangue. Si scioglie in una fontana di emoglobina temporale, associabile al seme masticato di vena in vena, di omicidio in omicidio, prima dell’Amore. “Puoi entrare!”, grida Oskar, vedendo Eli morire. Eli entra, poi lo lascia, e infine lo salva. Ma, a quel punto, Oskar è già in grado di respirare tre minuti in apnea. Oskar, nella Stoccolma razzista, è diventato un uomo abbracciando tutto ciò che Eli significa per lui. Ora può nuotare nei buchi del ghiaccio e, finalmente, amare.

[da Alias, 20 giugno 2009]